Contro privatizzazioni e esternalizzazioni, scendiamo in piazza il 6 Maggio! "Roma non si vende - Roma vuole cambiare" Sabato 6 MAGGIO, ore 15,00 Piazza Vittorio Emanuele

Contro privatizzazioni e esternalizzazioni, scendiamo in piazza il 6 maggio

Giovedì 27 aprile si è svolta al Cinema Palazzo una importante assemblea sul tema dei servizi pubblici nella Capitale. Le realtà che stanno promuovendo la manifestazione del 6 maggio “Roma non si vende” si sono confrontate in un dibattito sui temi delle privatizzazioni, appalti e lavoro precario che caratterizzano le politiche sui servizi pubblici locali ormai da anni.

Al dibattito hanno partecipato lavoratori e lavoratrici delle società esternalizzate, operatori sociali delle cooperative del terzo settore, comitati dei genitori degli asili nido, coordinamenti di cittadini per una mobilità sostenibile. Da tutti gli interventi è emerso come l’effetto dell’abbandono progressivo e strisciante della gestione pubblica sui servizi non ha prodotto un rientro del debito, ma solo una destrutturazione e cancellazione progressiva dei diritti sia di chi lavora sia di chi usufruisce di tali servizi. E in alcuni casi con addirittura un aumento dei costi. E allora chi ci guadagna dalla progressiva aziendalizzazione/privatizzazione?

E' emerso chiaramente come la giungla degli appalti e dei subappalti e delle gare al massimo ribasso siano i dispositivi attraverso i quali avviene uno spostamento coatto di risorse e denaro dalle casse pubbliche verso soggetti privati e verso la speculazione.

E’ stato illustrato, con dati e interventi diretti, come le politiche del debito di Roma Capitale, i vincoli del Patto di Stabilità oggi (e del Fiscal Compact domani) generino una situazione di “emergenza” permanente e ricatto sui bilanci imponendo un clima favorevole alla vendita del patrimonio e alla privatizzazione dei servizi.

E’ risultato anche chiaro come le esternalizzazioni e le gare al ribasso sono tra le strade principali per imporre queste politiche e la porta attraverso la quale escono i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici e degli utenti. Lo stesso meccanismo comporta uno spostamento coatto di risorse e denaro dalle casse pubbliche verso soggetti privati e verso la speculazione come dimostra l'esito della lotta degli exi lavoratori/trici dei caniu.

I dati illustrati hanno messo a paragone i costi e i salari generati in settori in cui il pubblico e il privato convivono nei SPL a Roma (ad es. negli asili nido e nel trasporto pubblico locale). Quello che è emerso è che spesso i costi sono maggiori nel privato e quando invece sono minori questi lo sono solo abbattendo il costo del lavoro e la qualità delle prestazioni offerte alla cittadinanza.

Questo mentre circa il 60% del bilancio della spesa corrente comunale consiste nell'acquisto di prestazione di servizi all'esterno.

Anche il mantra delle privatizzazioni e fusioni delle aziende in house e partecipate, tanto caro a Renzi, risulta per quello che è: un'atto di fede nei confronti del privato e dell'impresa privata. Atto di fede pronunciato con entusiasmo dall'attuale Assessore Colomban, che nel redigere il piano delle partecipate romane si fregia di averlo fatto "lavorando come un impresa privata" e che affida ad un manager di Acea il coordinamento del tavolo. Ma anche in questo campo guardando i numeri, come fatto con i bilanci di Acea, emerge chiaramente che la famosa "economia di scala" è spesso una favola, e che le risorse passano dalle casse pubbliche al mondo della finanza, senza tramutarsi in servizi.

Anche la mobilità e la viabilità, è stato detto, promuove una logica privatistica e richiederebbe un intervento pubblico di riorganizzazione che le giunte passate e quella attuale non prendono in considerazione.

Su tutti questi aspetti la giunta Raggi non mostra alcuna discontinuità con il passato, come dimostra il nuovo bilancio di previsione 2017 e le dichiarazioni pubbliche dell’assessore alle partecipate Colomban.

Questo avviene in una città dove già le differenze tra municipio e municipio in termini di reddito pro capite e accesso ai servizi è enorme.

Per questi motivi è importante che le piattaforme politiche che dovranno attraversare la manifestazione dekl 6 maggio, e radicarsi oltre, mettano i piedi nel piatto su questa partita fondamentale dove la logica del mercato si scontra direttamente con l’interesse pubblico e collettivo.

L’assemblea ha espresso consapevolezza che questa battaglia è complessa perché è una, ma si gioca su più fronti:

Sul piano politico per il ripudio del debito illegittimo, la ripubblicizzazione dei servizi privatizzati (dall'acqua ai trasporti nel rispetto dei referendum del 2011) e l’internalizzazione di quelli esternalizzati.

Sul piano sociale, nell’immediato bisogna lottare per il rispetto della clausola sociale, della responsabilità da parte del committente pubblico per le infrazioni e gli illeciti di cooperative e ditte appaltatrici e per l'affermazione di un semplice principio che mai viene rispettato e che genera la concorrenza e precarietà tra i lavoratori e le lavoratrici: a parità di mansioni parità di tutele, diritti e salario!

Per imporre nell’agenda politica dei prossimi mesi e per immaginare percorsi di lotta comuni tra cittadini e utenti invitiamo tutti alla MANIFESTAZIONE CITTADINA

"Roma non si vende - Roma vuole cambiare" sabato 6 MAGGIO, ore 15,00 Piazza Vittorio Emanuele

Per informazioni e adesioni alla manifestazione: SpaziRoma@autistici.org

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I video dell’assemblea del 27 aprile:

https://www.facebook.com/DecideRoma/videos/1330672593665377/

https://www.facebook.com/DecideRoma/videos/1330727826993187/

https://www.facebook.com/DecideRoma/videos/1330739503658686/

https://www.facebook.com/DecideRoma/videos/1330777433654893/

>>> ROMA NON SI VENDE ATTO 2° <<<

Sabato 6 Maggio 2017 - ORE 15 - Piazza Vittorio Emanuele

Il 19 marzo dello scorso anno una grande manifestazione ha invaso le strade del centro città e la Piazza Del Campidoglio al grido di Roma Non Si Vende. Movimenti sociali, associazionismo diffuso e lavoratori organizzati nel sindacalismo indipendente denunciavano il rischio che il patrimonio immobiliare della città, le aziende ex-municipalizzate e ciò che restava di pubblico a Roma venisse venduto per fare cassa, pagare il debito della Capitale ma soprattutto regalare ai grandi investitori privati tanta parte delle risorse cittadine.
La sconfitta del Partito Democratico renziano alle elezioni amministrative di giugno e la fine della infausta fase commissariale sembravano aprire una fase nuova per la vita della città. La nuova giunta, del resto, sembrava aver recepito alcune delle rivendicazioni poste dagli stessi movimenti sociali, quali la difesa dei beni comuni, la ripubblicizzazione dei servizi, la messa in discussione del debito e delle politiche di austerità e l'apertura di una fase di partecipazione attiva dei cittadini. Nel giro di pochi mesi però, una buona parte di quelle aspettative è stata sistematicamente disattesa: la nuova giunta, prima si è avvitata nel vortice inconcludente dei continui ricambi nei diversi assessorati e poi ha finito per incanalarsi nella semplice applicazione del programma di gestione della città già impostato dalla precedente giunta e dal commissario Tronca.

Del resto i continui tagli di risorse agli enti locali e l'insieme delle norme varate in questi anni fino al recente Decreto Madia, avevano esattamente l'obiettivo di esautorare le autorità locali, i Consigli Comunali ma anche i sindaci, della possibilità di promuovere politiche autonome, costringendoli a piegarsi alle voraci aspettative di banche ed imprese nel governo della città. E la vicenda dello Stadio a Tor di Valle è la dimostrazione concreta di questo percorso compiuto dalla giunta di Virginia Raggi, partita inizialmente dall'idea che siano altre le priorità di Roma e approdata poi ad un accordo che mette al primo posto gli interessi privati di banche e costruttori nella realizzazione di un'opera che non è certo quella di cui la città ha più bisogno.

Ad un anno di distanza tutte le gravi questioni che attanagliano Roma non solo si presentano nella loro drammaticità, ma risultano aggravate anche dall'assenza di un piano per affrontarle. Anzi, le scelte che l'amministrazione continua a perseguire, o che non riesce a fermare, restano esattamente quelle della fase precedente. Dalla privatizzazione dei servizi pubblici, Atac Roma in testa, allo smantellamento di grandi aziende come la Multiservizi, al coinvolgimento di grandi interessi privati nella gestione dei rifiuti, per finire all'assenza di una reale volontà di ripubblicizzare il servizio idrico. Dalla mancata internalizzazione di diversi servizi, a cominciare da quelli di cura, che produrrebbero anche innegabili risparmi ma soprattutto un salto di qualità nel livello dei servizi erogati, al permanere di enormi vuoti di organico in tutti i servizi collettivi, dal servizio giardini alla polizia locale ai servizi amministrativi.
Anche nella gestione del patrimonio l'amministrazione è stata incapace di produrre una inversione di tendenza. Importanti esperienze sociali e culturali della città sono state sfrattate o rischiano di esserlo, mentre va avanti la persecuzione economica nei confronti di realtà che più che in debito risultano in forte credito nei confronti del Comune per la meritevole azione svolta in tanti anni non solo sul piano sociale ma anche della semplice cura e salvaguardia del patrimonio immobiliare abbandonato.
Mentre crescono pericolosamente gli indici di povertà e di forte disagio sociale, anche a causa dell'inarrestabile chiusura o ridimensionamento di grandi aziende con conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, poco e niente è stato fatto o messo in cantiere per le periferie della città. Anzi, proprio quei settori che stanno subendo in modo più drammatico gli effetti della crisi economica vengono ulteriormente colpiti dagli sfratti per morosità o dall'accanimento con il quale si continuano a cacciare le famiglie povere dalle case popolari. Invece di allargare il patrimonio di case popolari per far fronte ad un fabbisogno crescente, l'amministrazione si preoccupa di punire l'accattonaggio o chi fruga nei cassonetti.
Proprio le periferie, che erano state le maggiori sostenitrici del cambiamento politico, e dove si concentra la maggior parte del disagio, subiscono così gli effetti non solo dei tagli dei servizi, non solo dell'assenza di opportunità lavorative ma anche una vera e propria aggressione in nome del rispetto della legalità.
Paradossalmente quando invece sono i cittadini che denunciano l'azione illegale dei poteri forti, come nella conclamata truffa dei Piani di Zona, allora il bisogno di legalità si affievolisce e l'amministrazione si dimostra pigra e lenta nel dare corso a quelle azioni che possano mettere in sicurezza gli interessi degli abitanti.
Ma il tema sul quale si è resa più evidente la non volontà di voltare pagina da parte della giunta Raggi è stata la questione del debito di Roma, sul quale in tanti hanno chiesto da tempo un audit che renda trasparente chi sono i creditori, quanto grande sia effettivamente il debito e chi sono stati quelli che lo hanno creato. Sulla gestione del debito e la sua indispensabile ricontrattazione si gioca la possibilità per Roma ed il suo Consiglio comunale di ripristinare il diritto a decidere del futuro della città e stabilire l'agenda delle priorità. Ma proprio l'indisponibilità a misurarsi con questa sfida ha dimostrato che la nuova amministrazione sia decisa a ripercorrere la stessa strada delle giunte precedenti.
Man mano che si è andato manifestando questo spirito continuista si è anche ridotto lo spazio per la partecipazione. La giunta ha dimostrato di non voler avviare un reale confronto con i movimenti sociali e con le organizzazioni indipendenti dei lavoratori, ma soprattutto di non sapere e voler riconoscere il loro ruolo di rottura dei vecchi equilibri di potere. Al contrario, rispetto a ciò, la giunta ha saputo produrre solo strappi e rotture.

Per tutti questi motivi, a poco più di un anno da quella bella manifestazione, torniamo a convocare una mobilitazione generale che rilanci con ancora più forza il grido Roma Non Si Vende. Nel puntare l'indice contro l'attuale Giunta, non vogliamo però concedere niente a chi vorrebbe resuscitare le vecchie classi politiche, ansiose di tornare in sella. Per questo segnaliamo da un lato la complicità della giunta regionale nell'alimentare i drammi della città, dalla vergognosa vicenda delle "politiche attive", autentica truffa ai danni di migliaia di disoccupati, all'immobilismo sulle politiche abitative, alla scelta di mettere in vendita l' Ospedale Forlanini a fronte di un evidente stato di crisi di tutto il sistema della sanità regionale, per finire alla mancata attuazione della legge regionale per l'acqua pubblica del 2014. E dall'altra l'azione di sciacallaggio promossa dalle destre, che soffiano sulla guerra tra poveri e nell'alimentare il razzismo, e con il grido di "prima gli italiani" concentrano sui migranti una rabbia che andrebbe rivolta invece verso la logica affaristica di banche ed imprese.

La mobilitazione che proponiamo per il prossimo 6 maggio vuole essere di denuncia ma anche di proposta. La denuncia è la sintesi di un coro a mille voci nel quale confluiscano i tanti problemi, piccoli e grandi, della città sui quali l'amministrazione si sta dimostrando insensibile e assente. Un percorso di mobilitazione sociale collettiva che agisca come una grande alleanza per i diritti, i beni comuni, la casa, i servizi e il lavoro.