Sulle spiagge di Tripoli (di Francesco Martone.)

I ministri degli esteri di almeno ventisei paesi aderenti al cosiddetto “small group” coalizione internazionale contro il Daesh si riuniscono in questi giorni a Roma. C’è da scommettere che tra le richieste che il segretario di stato Usa John Kerry farà alla sua controparte italiana, il ministro degli esteri Paolo Gentiloni sarà quella di un maggior impegno militare contro il Califfato a partire dalla Libia. La scorsa settimana era a Parigi il segretario della difesa Ash Carter, con gli stessi obiettivi, eppoi i giorni scorsi le agenzie di stampa avevano battuto la notizia della richiesta di Washington alla Nato di utilizzare gli aerei Awacs da ricognizione per preparare le operazioni dal cielo sulla Libia. Un ulteriore tassello verso l’ennesima guerra. Il punto ormai non è più sul se, ma sul quando e semmai sul come, ma l’intervento internazionale in Libia è cosa decisa, anzi in fase di preparazione avanzata. A mezza bocca, con il contagocce, arrivano notizie, informazioni e indiscrezioni sullo spiegamento delle forze, sui ruoli, sull’ansia dell’Italia di porsi a capo della coalizione internazionale, nei fatti anche questa cosa in parte fatta – almeno nell’aspetto militare – con l’affiancamento all’inviato Onu Martin Kobler, del generale Serra come consigliere militare. Mentre a capo di Euronavfor Med, missione passpartout di contrasto ai trafficanti di esseri umani, e di blindatura delle frontiere sud del Mediterraneo è l’ammiraglio italiano Credendino. Gli Stati Uniti premono sull’acceleratore per iniziare attacchi mirati contro le roccaforti del Daesh a Sirte, sperando così di portarsi dietro una manciata di alleati, in primis Palazzo Chigi, che non vuole rischiare di rimanere al palo e vedersi scavalcare da una “coalizione dei volenterosi”. In questo quadro a poco vale continuare a ripetere il mantra secondo il quale l’intervento dovrà essere subordinato alla costituzione del governo “di unità nazionale” del premier designato Al-Serraj. Ipotesi che pare allontanarsi con il recente rifiuto del parlamento di Tobruk, forse preoccupato di assicurare una poltrona di rilievo al generale Haftar, autoproclamatosi paladino della lotta al Daesh, e reo di gravi crimini di guerra. Così dopo l’intervento internazionale del 2011 che portò alla destituzione di Muhammad Gheddafi e – nelle modalità praticate – alla disarticolazione del paese la Libia si appresta a tornare un fronte di guerra. Ennesimo ricorso storico negli eventi di una regione che portano a nudo proprio le ferite della storia, le cicatrici riaperte di scelte di spartizione coloniale, di mani che tracciarono arbitariamente confini su una carta geografica. “From the halls of Moctezuma to the shores of Tripoli” dalle sale, un tempo piene d’oro poi razziato dai Conquistadores, di Montezuma, alle spiagge di Tripoli, così inizia l’inno dei Marines. Ricorda l’intervento armato contro il Bey di Tripoli, nell’anno 1804. A quei tempi la Costa dei Barbari era il fronte avanzato di una jihad contro l’Occidente e di trattative tra Washington, Londra e i suddetti “barbari” o pirati, per assicurare il libero transito delle navi commerciali occidentali. Insomma si pagava un “pizzo” in cambio di un lasciapassare, un passaporto mediterraneo. E chi non ci stava o chiedeva troppo veniva punito con le armi. Con lo sbarco di Marines a Tripoli appunto. Si dice che già ce ne siano, di forze speciali anche italiane, a Misurata. Se ne sono viste in occasione dell’arrivo di un C-130 italiano a Misurata che avrebbe poi portato a Roma all’ospedale militare del Celio alcuni miliziani feriti in un attacco del Daesh. C’è poi la notizia dello spostamento di quattro AMX in Sicilia, e indiscrezioni trapelate sul possibile uso degli assetti ora in forza all’operazione Euronavfor Med per operazioni lampo contro Daesh o in difesa delle installazioni petrolifere dell’Eni. Eccola una delle sottotracce che rivelano la vera posta in gioco e che aprono un quadro assai più chiaro delle scelte e delle direttrici di politica estera del paese. Per non parlare dei cospicui interessi che ruotano intorno al Fondo Sovrano libico il Lia, azionista in varie imprese italiane (tra cui Eni, Enel, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Finmeccanica, Fiat-Chrysler, Telecom) per un totale di 3 miliardi di dollari. Se però da una parte appare lineare nella sua logica la priorità data agli interessi ‘impresa ed in particolare a quelli del cane a sei zampe, e del progetto di creazione di un “hub” di gas naturale made in Italy fondato su un accordo con l’Egitto di Al Sisi, Tel Aviv e il nuovo governo libico, dall’altra sembrano meno logiche le scelte di schieramento di Roma nel complesso scacchiere libico. Prendere posizione accanto ad una delle due parti in contesa, la scelta di puntare sulle milizie di Misurata come i nuovi “ascari” e il piano di inviare carabinieri per garantire la sicurezza di Tripoli nei fatti delegittimano lo sforzo di cercare una mediazione tra Tripoli e Tobruk. Tentativo faticoso portato avanti dall’inviato speciale Onu Martin Kobler, che certo non viene facilitato dal continuo tintinnare di sciabole, e dal richiamo continuo adun intervento internazionale che piuttosto che intimidire o fungere da deterrente pare sortire con il Daesh l’effetto opposto. Quello di una ulteriore escalation negli attacchi ai terminali petroliferi, e un afflusso maggiore di miliziani pronti al martirio. Sembra la riedizione della strategia della “carta moschicida” applicata a suo tempo da Washington in Afghanistan, la cosiddetta flypaper effect: attiriamo tutti i jihadisti in un solo posto per sferrare il colpo finale. Strategia fallita miseramente a suo tempo ma che se ora applicata alla Libia dalla controparte rischia davvero di scatenare una tempesta perfetta per tutti coloro che nella galassia del Daesh o jihadista si unirebbero in una crociata contro l’Occidente. L’ennesima jihad. E così nella carta moschicida rimarrebbe impantanata la retorica del premier e dei suoi ministri, che rivendicano il ruolo guida dell’Italia nella ricostruzione e stabilizzazione dell’ex-colonia. Di una politica estera spesso contraddittoria, se non controproducente. Mentre rischiano la morte quelle migliaia e migliaia di disperati che cercheranno di fuggire dagli orrori della guerra e che troveranno le porte sbarrate da un’Europa ormai oltre una semplice crisi di nervi.